5. Quella volta che, con un gioco di parole, Big Tobacco cercò di spingere il mondo della salute fuori strada

di Vincenzo Zagà e Franco Salvati

La Philip Morris era molto preoccupata

per lo studio dell’Agenzia Internazionale sulla Ricerca sul Cancro di Lione sulla cangerogenicità del fumo passivo, che nel 1993 cominciava ad entrare in fase operativa, e che avrebbe potuto portare i vari Governi a varare norme restrittive nei riguardi del fumo di tabacco [2,3]. Bisognava “influenzare la formulazione delle conclusioni e la comunicazione ufficiale dei risultati; pubblicare il più tardi possibile le conclusioni dello studio; contrapporsi al potenziale impatto della studio sulle politiche dei governi, sull’opinione pubblica, sulle azioni degli imprenditori privati e sui proprietari dei locali pubblici”. E per far questo Philip Morris non ha badato a spese: se la IARC ha assegnato un budget tra 1,5 e 3 milioni di dollari in dieci anni (1988-1998), i magnati del tabacco hanno speso la stessa cifra solo nel 1993 e il doppio nell’anno successivo!.

Progetto camice bianco

Tra i beneficiari le agenzie di pubbliche relazioni Burson Marsteller e l’italiana SCR Associati, fra i giornali il Sunday Telegraph di Londra e una miriade di ricercatori italiani e stranieri.
Il nocciolo e lo scopo del progetto Whitecoat (irresistibile la tentazione di ribattezzare un’operazione sporca con un nome pulito) era quello di conoscere in anticipo i risultati che si andavano delineando per poi insinuare dubbi sulla correttezza scientifica.
Così delegazioni di esperti al soldo della task force del tabacco partivano alla volta di Lione proponendo incontri con i responsabili della ricerca e riferendo alla casa madre, pronta a sua volta a sfornare comunicati stampa di segno opposto. Dei veri e propri cavalli di Troia per carpire in anticipo i segreti e le mosse dei ricercatori della IARC. Ogni nazione europea ebbe almeno una gola profonda nel campo medico-scientifico.

Gole profonde

Se per la Svizzera, per esempio, lo fu il professor Rylander, per l’Italia il professor Lojacono. Ed è a questo punto che si apre il versante italiano di questa storia…Ong e Glantz riferiscono che le informazioni più dettagliate sullo studio IARC sono giunte alla Philip Morris tramite la SCR Associati che aveva tra i suoi consulenti il “fu Giuseppe Lojacono, ex professore di economia sanitaria presso l’Università di Perugia”. Lojacono aveva visitato più volte la IARC nel suo ruolo di Direttore Responsabile, dal 1977 al 1999, della Rivista Epidemiologia & Prevenzione (E&P), organo della Associazione Italiana di Epidemiologia che erano del tutto all’oscuro di questa sua attività, attività che sorprese tanto l’Associazione che la Rivista [6,7]. Ed è stata la stessa Rivista E &P che con coraggio e professionalità ha rivelato l’affaire Lojacono-Philip Morris [6,7,8]. Interrogando il sito internet www.pmdocs.com, con la voce Lojacono (con la i nella ricerca) si ottengono 62 documenti disponibili, a tutto 31 maggio 2005 [9].
Risulta così che il Prof. Lojacono è stato per 10 anni, dal 1988 al 1998, consulente scientifico dell’Agenzia SCR che curava le relazioni pubbliche dell’Industria del tabacco in Italia. Per conto di questa Agenzia, partecipava a Convegni, teneva d’occhio la produzione scientifica italiana, raccoglieva informazioni e relazionava. Un solerte funzionario lo descriveva come “attivo a livello giornalistico, con buoni contatti con l’OMS e l’allora Direttore Nakashima, conosce di persona Tomatis, Direttore dello IARC, ed è in disaccordo con quanto espresso dal Surgeon General sul fumo passivo e la nicotinodipendenza” (doc. 2501152054/64).
Il Surgeon General, lo ricordiamo, aveva dichiarato che il fumo passivo “è causa di malattie, compreso il cancro del polmone, nei non fumatori sani”, mentre nel 1988 scriveva che “le sigarette e le altre forme di tabacco danno dipendenza. La nicotina è la sostanza che crea dipendenza”.

Deviare l’attenzione dei ricercatori e del pubblico dalla nocività del fumo passivo

Sebbene non fosse l’unico informatore anti-IARC (Angelo Ceriol dell’Istoconsult srl ha avuto un ruolo anche maggiore) il Prof. Lojacono relazionava sulle inclinazioni della Comunità scientifica italiana e dell’opinione pubblica sul fumo. Nei report si sottolinea la propensione degli epidemiologi italiani ad occuparsi di fattori di rischio presenti nei luoghi di lavoro, nell’ambiente urbano e negli alimenti, concludendo che in virtù di questa vocazione “la comunità scientifica italiana, o almeno una parte di essa (…) ha già dato e può continuare a dare contributi rilevanti al ridimensionamento del problema fumo passivo sulla coscienza nazionale” (doc. n° 2501356124).
Lojacono, pertanto, suggeriva le strategie da utilizzare per deviare l’attenzione dei ricercatori e del pubblico dalla nocività del fumo passivo, oggetto della ricerca IARC. “Ridimensionare il ruolo e il peso del fumo passivo come fattore di rischio” è la proposta rilanciata in più documenti, “immettendo nel gran calderone più generale della INDOOR AIR QUALITY: questo rimane il nostro obiettivo primario in Italia” (così nell’ottobre 1990 – doc. n° 2028350107-13).

Organizzare il campo dell’Indoor Air Quality

Vengono così organizzate tavole rotonde (Napoli 1992), convegni (Anacapri 1994) con miriadi di patrocini e sponsorizzazioni (OMS, Ministero dell’ambiente, Università di Napoli, Città Sane di Milano, E&P, Glaxo, etc) con “lo scopo di generare una discussione su inquinanti diversi dal fumo passivo cercando di dimostrare che, in ambito scientifico si può parlare di IAQ (Indoor Air Quality) senza l’intrusione del fumo passivo” (doc. 2501341966/8).
Così, unitamente alla “rete di informatori, che era per lo più costituita da giornalisti, lo scambio con l’industria del tabacco era trasversale e continuo”. Naturalmente con i loro fatturati da capogiro, le industrie del tabacco non hanno mai avuto difficoltà a produrre ricerca di controinformazione, a stimolare controversie e a disseminare la letteratura scientifica di disinformazione pro-tabacco [4].
Quando si presenta l’emergenza IARC, la Philip Morris ha già pronta in Europa una vasta rete di scienziati e consulenti, disposti, come gole profonde, a mettere le loro competenze al servizio dell’industria del tabacco. D’altronde, che molti lavori scientifici, per così dire, “benevoli”, sul fumo passivo fossero inficiati dall’influenza delle multinazionali del tabacco, l’avevano già denunciato con un pignolo lavoro di intelligence due ricercatrici californiane su JAMA nel 1999 [5].
Sono state così condotte ricerche in proprio da parte della Philip Morris e sono stati finanziati studi condotti da ricercatori rispettabili, sperando in risultati utilizzabili nell’attuazione di una delle tattiche più efficaci: contrapporre dato a dato, studio a studio, per innescare e alimentare controversie senza fine allo scopo di disorientare l’opinione pubblica e politica sul problema fumo.

Conclusione

Big Tobacco ha avuto gioco facile grazie anche all’accondiscendenza di alcuni giornalisti e politici che costituivano parte della lobby del tabacco. E i risultati sono appunto sotto gli occhi di tutti.
Si è così potuto incidere pesantemente sull’opinione pubblica con eclatanti o talvolta minimali, ma continue, campagne di disinformazione, per cui ci troviamo con pazienti fumatori e gran parte dell’opinione pubblica che regolarmente sottostimano i danni dell’esposizione al fumo.

Fonti:

Vincenzo Zagà, Franco Salvati. La tela del ragno della lobby del tabacco. Gole profonde Quello che i fumatori (e i non fumatori) non sanno. Pneumorama 2006; 42, 12, 1: 16-20]

A squarciare il velo sulla influenza della lobby del tabacco nel mondo medico-scientifico furono due ricercatori di San Francisco, Elisa Ong e Stanton Glantz nel 2000, dalle pagine di Lancet [2], rifacendosi ai documenti 2501341817/23 dal sito della Philip Morris (www.pmdocs.com).

Bibliografia

  1. Zagà V, Mangiaracina G. Le strategie di Big Tabacco. Tabaccologia 2003; 1: 11-12.
  2. Ong EK, Glantz SA. Tobacco industry efforts subverting International Agency for Research on Cancer’s second-hand smoke study. The Lancet 2000; Vol. 355: 1253-1259.B
  3. Boffeta P, Agudo A, Ahrens W, et al. Multicenter case-control study of exposure to environmental tobacco smoke and lung cancer in Europe. J Natl Cancer Inst 1998; 90: 1440-1450.
  4. Editorial: Resisting smoke and spin. The Lancet 2000; vol. 355: 1197
  5. Barnes DE, Boero LA. Why review articles on the health effects of passive smoking reach different conclusions. Jama 1999; 279: 1566-1570
  6. Terracini B. Epidemiologia & Prevenzione e le multinazionali del tabacco. Epid. Prev. 2000; 24(3): 99-100.
  7. Forastiere F. I ricercatori non sapevano. Epid. Prev. 2000; 24(3): 108.
  8. Clementi ML. Breve viaggio negli archivi della Philip Morris. Epid Prev. 2000; 24(3): 103-107.
  9. Sito archivi Philip Morris: www.pmdocs.com